Il finale della terza stagione di Euphoria sfrutta il simbolismo per chiudere diversi cerchi – ma non tutti.
Sembrava lontano, ma il momento dell’addio è arrivato. In un certo senso avevamo già salutato Euphoria senza saperlo alla fine della sua seconda stagione, senza sapere che sarebbe tornato nelle vesti di una serie dallo stile totalmente diverso da quello a cui eravamo abituati.
Con In God We Trust salutiamo per sempre Rue e la sua vecchia cricca. HBO ha confermato che questa stagione era l’ultima e da un lato ha perfettamente senso così: se con la terza lo sbandamento di genere e di arco narrativo dei personaggi è stato così forte, figuriamoci dove avrebbe potuto finire una quarta stagione – con Maddy a capo della Playboy Mansion e Cassie a contratto con Pornhub, probabilmente.

Due cerchi chiusi alla perfezione: Rue e il duo Cassie / Maddy.
C’è un dualismo spietato che ha caratterizzato questa intera stagione: chi viene raccontato e mostrato in una minuzia maniacale di dettagli e chi viene abbandonato nell’oblio. E non è una semplice distinzione tra personaggi primari e secondari quanto, probabilmente, pigrizia a livello di scrittura.
Concentrandoci, comunque, su chi è stato raccontato bene, partiamo da Rue. Il suo epilogo è la somma di tutte quelle che sono state le sue scelte ed è una prova di come anche gli errori passati la tornino a trovare per chiedere il conto. È triste assistere al contrasto tra la sua speranza di redenzione su più fronti (tra lo studio della Bibbia e la collaborazione con la DEA) e la brutale realtà delle cose, che manda all’aria tutto quanto.
Il finale di Rue è silenzioso, in netta contrapposizione con gli eventi più che caotici che ha vissuto durante il resto della stagione.
Eppure c’è un altro finale ancora più silenzioso, così tanto da non essere nemmeno menzionato: quello di Nate.
Viene fatto capire che la sua morte è stata tenuta nascosta a chiunque gli stesse attorno – o perlomeno, così sembra; se a Lexi è stata venduta la bugia sbrigativa sul fatto che semplicemente se ne fosse andato senza dare notizie, immaginiamo che non sia troppo diverso per i familiari di Nate.
E forse è questo il motivo per cui anche a noi spettatori non viene concesso di sapere nulla su di lui e sulle ripercussioni di ciò che gli è stato inflitto. Resta il fatto che questa scelta non rende affatto giustizia a tutto ciò che è stato il suo personaggio, almeno nelle prime due stagioni.

Cassie e Maddy si ritrovano, riunite dallo stesso motivo della loro precedente separazione.
La loro amicizia rinasce su una base sedimentata di traumi, gli stessi che adesso le accomunano e le rendono quasi sorelle. Maddy rimpiazza Nate in senso quasi letterale, occupando il suo posto nella loro casa; c’è del simbolico, così come nella stessa morte di Nate. L’aver assistito insieme a quel momento e tutto ciò che è stato preliminare (anche la stessa scelta da parte di Maddy di aiutare Cassie con il suo debito) costituisce la trama del loro ritrovato rapporto: Maddy si scopre nella sua vulnerabilità.
Fine dei cattivi e sodalizi inaspettati
Meglio la morte che il carcere: a modo loro, sia Alamo che Laurie riescono a sfuggire all’intervento della DEA – Laurie per la personale scelta di farla finita una volta arrivata allo stremo delle sue possibilità e Alamo per tradimento da parte di Bishop, suo apparente braccio destro.
Nell’epilogo di Alamo, Ali emerge per vendicare Rue e tramite lui la rende viva ancora per un po’. Quando va a trovare la famiglia di cui Rue era stata ospite nel primo episodio, un altro cerchio torna a chiudersi e l’evento stesso si trasforma in una celebrazione di Rue, scevra dalle catene della tossicodipendenza e del caos che la guidavano in vita.

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